Sogni e speranze dall'Alba al Tramonto ed oltre
Storia di una Croce
Cenni autobiografici, vicissitudini, progetti, fallimenti
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Nei cupi giorni che attraversai, sciogliere matasse con la scrittura fu l’unica consolazione rimastami!
A. Francesco Papa nacque a Catania nel 1981.
Nel cortile di via medaglie d'oro intratteneva ancora qualche rapporto ludico coi bambini della zona, tuttavia non per sua propria inclinazione, ma per sua madre che pur piccolo lo sbatteva fuori di casa al mattino controvoglia. Quando poi la famiglia si trasferì in una zona diversa, la madre non fu altrettanto virulenta (il cortile non era più chiuso ed interno al condominio come quello di prima), e la naturale indolenza o timidezza del bambino fu assecondata. Iniziò così il suo isolamento sociale.
Alle elementari era noto per accompagnarsi a un gruppetto di ragazze piuttosto che di ragazzi. Alle medie l'inclinazione era la stessa, ma meno assecondata per ovvie ragioni già affioranti. I rapporti divennero nulli o difficili sia con i maschi che con le femmine. Al secondo anno delle scuole medie A. Francesco Papa rischiò una ignominiosa bocciatura, e solo per le lacrime di sua madre di fronte l'algida professoressa di italiano, la promozione gli fu misericordiosamente concessa. La madre poi non ne volle più sapere di guardare nemmeno in faccia suddetta professoressa: «mi sono troppo umiliata», diceva.
Terminate le scuole medie, per far del bene al padre, odontotecnico, A. Francesco Papa decise di rinunciare al liceo artistico e si iscrisse all'istituto professionale per odontotecnici. Non fu mera accondiscendenza di un figlio verso il padre, ma anche precoce calcolo di sopravvivenza: il bimbo intuiva già che il mondo era cattivo, e che non sarebbe riuscito a campare vendendo dipinti più che denti di porcellana nel laboratorio già predisposto di un uomo affermato nel settore, il padre. Bisognava solo scoprire cosa fosse questo lavoro, e come di meglio se non frequentando una scuola per odontotecnici?
Ma tale scuola non era mista, bensì tutta maschile. Del testosterone e dei suoi figliastri da cui alle elementari e alle medie si era tenuto ben alla larga, adesso A. Francesco Papa fu sommerso. Non fu buona cosa per il suo sviluppo psico-sociale.
Anche se al terzo anno la professoressa d'italiano litigò con la madre per farlo uscire al più presto da lì, chiedendoglielo espressamente al ritorno da quella agitata riunione genitori-insegnanti - il bimbo disse che avendo fatto 30, andava fatto 31. Un kamikaze serio ed onorevole sin da allora.
L'effetto, oltre che una disillusione cronica sulle virtù della specie umana nel suo aspetto maschile, fu duplice: da una parte una fuga sotterranea verso saggi, libri, romanzi e racconti spirituali cattolici e newage, alternativi a quelli scolastici; dall'altro un poderoso affievolimento dell'impegno di studio negli ultimi 2-3 anni del quinquennio, che gli valsero un 87/100 anzichè un ben più utile (a fini concorsuali) 100/100. 86/100 invece per Alessandro Leone, un compagno di classe. Ciò vuol dire che il detto 'La Costanza batte la Perfezione' è vero.
Alessandro Leone non brillò mai come A. Francesco Papa agli occhi dei prof. e degli stessi altri studenti. Ma mentre A. Francesco Papa coi suoi 7 ed 8 nei primi anni di studio si era guadagnato una nomea apparentemente sufficiente a perdonare i 5 e 6 degli ultimi anni, Alessandro fu costante con le sue sufficienze in tutti i cinque anni del ciclo, e anche se «Leone è come Papa?» - commentava Gaetano alla fine - ciò valse ad Alessandro un punteggio d'uscita sostanzialmente pari a quello di A. Francesco Papa, perchè 'La Costanza batte la Perfezione', o vi compete egregiamente: dare poco e il sufficiente tutti i giorni, è come ambire al massimo e splendere pochi giorni soltanto.
Nel 1999 compì 18 anni; uscito da quella bolgia testosteronica si riprese sorprendentemente presto più rasserenato, ma non felice. Aveva già deciso in cuor suo di consacrarsi a Dio-nella-Chiesa, ma non aveva capito precisamente quando, in quale parte della Chiesa e con quale veste. Le 2 alternative sul tavolo gli erano già note allora: impiego nello Stato o impiego in una azienda privata, ma entrambi i luoghi gli mandavano cattivo odore. Molto più nobile e utile sarebbe stato lavorare dentro la Chiesa stessa! La messe non era molta, e gli operai pochi?
Ma in quel momento non ci pensava proprio a fare "coming-out" in famiglia e nel mondo, di fronte agli altri solidi compagni di classe e ai professori che chiedevano incuriositi se avrebbe «continuato» gli studi, e se si dove. In attesa che le idee decantassero e le diverse possibilità si schiudessero, di getto si iscrisse in biologia, seguendo poi alcuni corsi. Voleva fare l'ecologo.
Quando, dopo 2 anni, si accorse che neppure fissando l'equazione per un pomeriggio intero il suo senso matematico gli si disvelava, abbandonò informalmente l'università ed essendo chiamato (per la seconda volta) al servizio di leva, scelse il servizio civile, per 1 anno, retribuito 90 euro al mese (no non manca nessuno zero!), terminato il quale prese il coraggio a 4 mani e - complice lo strumento primo della sua conversione al cattolicesimo a 17 anni: 'Libro della mia Vita' di Santa Teresa d'Avila: «se fossi stata maschio, mi sarei fatta gesuita», scriveva la santa - confessò a un prete gesuita il desiderio di farsi prete. Era un anziano signore molto rassicurante, che lo affidò a un gesuita più giovane, cinquantenne. Ma costui sbadigliava durante le loro chiacchierate al tavolino nel giardino di una splendida tenuta. Non c'era "feeling".
A. Francesco Papa a quel tempo era, dal punto di vista spirituale, pieno e sicuro di sé, oltre che straordinariamente fiducioso nel Signore Iddio: non cercava una casa alternativa in cui stare, anche se quella dei suoi genitori gli era già stretta! Egli intese la piena libertà e la compressione emotiva e sensoriale - uditiva e visiva in particolar modo - propria della casa natia, come croce o "prova del fachiro" da superare prima dell'imminente riparo in convento, che però NON DOVEVA ESSERE UNA FUGA o la soluzione alla ricerca di comodità gratuite, perchè:
«Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di Me».
A. Francesco Papa desiderava ardentemente l'emancipazione dal nucleo genitoriale e un innestamento sostitutivo nella Chiesa, ma non a prezzo di sconti buoni per i deboli e i pavidi, quando la durezza del vivere nel comune laico mondo gli avrebbe certamente insegnato eroiche virtù, "stabilizzandolo" rispetto a tutte le tentazioni per i grandi miracoli che avrebbe compiuto una volta prete.
A. Francesco Papa era ingenuo, idealista, ignorante o stupido sin dal principio. Non sapeva nè poteva immaginare che un cattivo TERRENO e un cattivo CLIMA non avrebbero dato neppure al migliore SEME le risorse sufficienti per vivere; forse sarebbe germogliato lo stesso e forse sarebbe sopravvissuto, ma nel posto sbagliato la pianta sarebbe rimasta rachitica o non fiorire mai, con le foglie perpetuamente bruciate dal troppo vento, troppo freddo o troppo caldo. Gli mancavano nozioni base di agricoltura (o lo Spirito Santo).
Non sapeva che persino la fede in un Dio d'amore che, come per santa Caterina, faceva dell'aspirante consacrato il fidanzato o la sposa mistica, nel contesto sbagliato e dopo un certo tempo, poteva dissolversi nell'aria. Fu coraggioso, ma non abbastanza sapiente; imprudente o sfortunato, non guidato da nessun saggio chierico al momento opportuno: a 21 anni. E l'unico cui si affidò, il gesuita al centro del suo silenzioso impero, gli sbadigliava in faccia.
A. Francesco Papa cercava l'amore nella Chiesa di Dio, non primariamente un impiego, un ripiego, uno stipendio, un'alcova o una casa più spaziosa, qualcuno che lavorasse o pagasse le bollette al suo posto, in quanto la sua bussola era: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più» (Mt 6:33).
L'amore, la cura, l'attenzione, una simpatia pura e semplice per la sua propria persona - qualcuno che lo chiamasse per nome - era nella sua psiche la "giustizia del Regno", l'indispensabile segno divino che avrebbe illuminato il sentiero e il posto giusto da occupare dentro una Chiesa fatta d'amore più che di giustizia in senso stretto. Non gli passò neppure per l'anticamera del cervello che tale giustizia fosse «fare la Volontà di Dio» piuttosto che l'amore con Dio! Ma tant'è: «non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è dato» (Mt 19:11), ed a A. Francesco Papa fu dato 20 anni dopo.
Intanto cercava, ma non un ragionamento o un dialogo sulle massime possibilità. Cercava una persona. Una sensazione di casa o di famiglia tra i molti ordini religiosi che andava visitando sarebbe stata la lanterna... che non trovò mai.
A. Francesco Papa pensava spesso:
Se un prete rinuncia all'amore, non è suo diritto trovare nella Chiesa un minimo, almeno iniziale, quantomeno apparente surrogato?
Solo dopo 25 anni A. Francesco Papa scoprì la risposta divina a questo quesito: la sua stessa storia di vita concreta gliela elaborò e impacchettò appositamente:
NO
Il Signore Iddio non concede mai D'UFFICIO a nessuno la grazia del sentirsi ben amati, accolti, capiti e protetti da un membro più o meno insigne della Chiesa cattolica; questa è una GRAZIA PER POCHI e, se vuoi riparare in convento, potresti doverci entrare senza avere nulla, nessuno spirito o ricordo d'amore raccolto fuori o dentro il convento stesso come link, ponte o traghetto verso di esso e verso Dio. Si tratta piuttosto d'ufficio di una lunga, sporca, solitaria salita al calvario. Così è. Così, per A. Francesco Papa, fu.
Visto che lo sbadigliatore gesuita non gli diede indicazioni precise su cosa fare della sua vita a 21 anni (2002), terminati i 2 anni in biologia e l'anno di esperienza "retribuita" all'O.D.A (servizio civile), A. Francesco Papa prese il toro per le corna e si iscrisse in filosofia, perchè il gesuita gli aveva fatto presente che tutti i gesuiti prima del sacerdozio conseguono un biennio filosofico puro.
Ma il toro era veramente un toro, si liberò e lo scornò. A. Francesco Papa conseguì la laurea triennale solo a 30 anni, dopo 9 anni di quotidiani malesseri e vagabondaggi in città in cerca di luoghi tranquilli in cui fare le sue preghiere dopo la messa del giorno, e dove studiare nel tempo libero (giammai a casa!).
Tu dirai:
"Mal interpretasti la Divina Volontà, oh vile e sciagurato! La tua vera preghiera doveva essere studiare o lavorare, non pregare appresso tutti i tabernacoli di Catania!".
Carissimo ignaro fratello, tu forse non sai com'è avere mal di denti, e studiare una cura piuttosto che prendersi un analgesico!
Al male di vivere e di vivere male in un determinato punto del tempo e dello spazio, non puoi opporre pure dottrine e neppure una nobile ferrata sull'Everest, ma un unguento e un balsamo che solo la vera preghiera e non un surrogato cartaceo e nessun panno sudaticcio dà!
La priorità emotiva ed esistenziale di A. Francesco Papa fu dunque sempre quella di pregare dirimpetto un tabernacolo, non di studiare, lavorare, fare passeggiate nel bosco, divertirsi, rilassarsi, fare yoga, fare miracoli. Soddisfatta quella, tutto il resto - di importanza mai negata, ma subordinata - conquistava il diritto di essere fatto!
A 24 anni una cappellina aperta h12 nostop proprio sotto casa, sedusse A. Francesco Papa alla possibilità di una intimità totale con Gesù Eucaristico. Fu lì che comprese che stare anche 1 ora in preghiera, per lui, diversamente dagli altri comuni mortali, era anche poco. Una perfetta solitudine ante-pomeridiana favoriva prese d'atto complete.
A 26 anni conobbe i famosi cenacoli catanesi di padre Badami e i ritiri di preghiera a Fugotto di 3-5 giorni l'uno che a malincuore dovette abbandonare quando il costo, dai 50 euro iniziali necessari per 3-5 giorni di vitto, diventarono 200-300 per presunti contributi di acqua-luce-gas.
A 28 anni circa A. Francesco Papa conobbe Loredana, una stella cometa di 60 anni a guida di un gruppo di preghiera sorto come i funghi ai piedi di casa, nella suddetta cappellina.
Le anziane signore con a capo la più fulgida di esse, Loredana, ruppero la beata solitudine di A. Francesco Papa col suo Signore alle 3 del pomeriggio, ma le preghiere, i pellegrinaggi, le visite agli ospedali e ai cimiteri con quella donna, furono le migliori esperienze di vita spirituale comunitaria fatte in vita sua. Migliori anche di quelle con padre Badami e i "fratelli" del cenacolo che dal caldo tepore di una camera di preghiera con chitarra non uscivano mai e che frequentò quasi ogni settimana per quasi 2 anni prima del trasferimento di padre Badami e dei suddetti cenacoli in una zona per lui, appiedato, fuori mano.
A 30 anni, immediatamente dopo la laurea, A. Francesco Papa conosce la permacultura e i gruppi di mutuo-aiuto siculi da una ricerca web sull'autosufficienza. Improvvisamente la "puzza" che mandava ogni comune impiego mondano in apparato urbano, si affievolì. Stava per trasformarsi in humus?
Cominciò allora a viaggiare nel mondo su un doppio binario: fra molteplici conventi di giorno, in cerca del "suo proprio"; fra avveniristici progetti di aggregazione rurale di notte, in cerca dell'ecovillaggio "suo proprio". Ancora laico e libero com'era, pensava anche a un partner (non necessariamente donna! e non necessariamente uno! gli serviva un falegname, un idraulico, un carpentiere, un agricultore etc) col quale condividere sogni audaci e benefici per tutto il City System, ma dal cielo e dagli alberi in contemplazione purtroppo non gli cadde mai nulla del genere tra le braccia.
Il pellegrinare privo di mete e molto deludente nei risultati durò circa 7 anni, dopo i quali non poté fare a meno di tornare al progetto di partenza con Teresa d'Avila e Gesù Ostia solo ed incontaminato sull'altare. E si iscrisse alla facoltà di Teologia.
Fra Chiesa e Mondo aveva vinto la Chiesa come struttura reale che, pur costipante e difettosa, offre vera casa a tutti quelli che intorno al vero sole vogliono orbitare.
La permacultura e gli ecovillaggi erano progetti sociali utili e belli sulla carta ma acerbi di fatto, politicamente immaturi, giuridicamente inconsistenti e spiritualmente selvatici. Persino i pochi cattolici da essa attratti erano incapaci di assemblarsi sensatamente. A tale impresa, ai laici, ai pagani e agli stolti A. Francesco Papa poteva misericordiosamente consacrarvi un anno di studi etnografici, due tre o 5 di ricerca ma, in coscienza, non un giorno in più, non una intera vita e non a prezzo della sua salute. Non San Paolo ma Bill Gates sarebbe forse riuscito a ritardare un pò la spontanea e sempre pronta "diaspora" di costoro, l'ineluttabile entropia antropica, le paure ataviche, gli ecoismi e la tenace affezione dei singoli e delle singole coppie e famiglie in permacultura a trattenere con le unghie e con i denti la proprietà privata della comune, "sacra" terra sotto i piedi, nonchè la generale confusione del collettivo, dove anche un semplice: "chi fa cosa qui dentro?" minacciava la fiera, regolare anarchia del gruppo di permacultura naturale, urbana e accademica.
E così a 37 anni A. Francesco Papa lasciò quelli al loro focoso destino e si iscrisse alla facoltà di Teologia. Vi entrò sollevato e divertito dalla quantità di preti e vocati giovani e meno giovani che si affollavano naturalmente nelle aule e nei corridoi, ma non aveva un proprio prete nè una congregazione, come nemmeno un semplice gruppo di preghiera, permanente, che lo seguisse davvero (quello di Loredana, l'unico che A. Francesco Papa sentì parzialmente "suo", si sciolse dopo pochi anni la sua formazione per volontà della donna, che infine optò per un eremitaggio integrale a casa propria).
A. Francesco Papa si sentiva "orfano".
Dopo 2 anni, a 39 anni, grazie a una "condomina impicciona", gli fu presentato padre Ugo, responsabile diocesano per la pastorale vocazionale.
A. Francesco Papa cercava da lui un "segno" per scegliere responsabilmente tra sacerdozio diocesano e sacerdozio conventuale. Del resto, non era ancora così vecchio. Quando confessò a padre Ugo che si sentiva come un divorziato con figli, padre Ugo sbottò sorridendo: «Non è così». Aveva 40 anni allora. Ma adesso, a 44 anni, possiamo dire che è proprio così. La Chiesa non assume sedicenti vignaiuoli "divorziati e risposati".
L'aria di parrocchia non fu mai particolarmente inebriante per A. Francesco Papa, ma con fiammanti devoti come Loredana a fianco, l'attività pastorale sarebbe divenuta frastagliata e variopinta, serena, collaborativa e sicura. Non sarebbe mancata all'uomo una "Maria" con la quale celebrare l'ufficio delle ore qualora appesantito o distratto dal mondo. In nomine Loredana, dunque, FIAT sacerdozio diocesano! Fu per lei e con lei che A. Francesco Papa rivalutò una posizione all'inizio ben poco appetibile: quella di parroco come sacra monade in piena città. Allora per una mirabile predicazione su strada, preghiere all'ospedale o al cimitero - come era solito fare con Loredana - avrebbe dovuto attendere il consenso del suo solo vescovo, e non già anche di una confraternita! Il sacerdozio diocesano sembrava e forse lo è davvero, il miglior compromesso tra paterna autonomia, filiale servizio ed efficienza spirituale.
A 41 anni, dopo 2 anni di meditazioni mensili con padre Ugo, padre Ugo passa A. Francesco Papa alla valutazione di padre Enrico, il quale, senza sapere nulla di lui - A. Francesco Papa non gli disse proprio nulla di ciò che gli passava per la testa - bocciò la sua candidatura al sacerdozio come una cretinata, e la sua anima come demoniaca («Il Cristo non abita in te» concluse il santo padre). Ma non poteva essere una cretinata, sia perchè A. Francesco Papa non era cretino, sia perchè A. Francesco Papa ci aveva pensato non 2 giorni ma 20 anni a tale decisione, dedicando 7 anni in specifico della sua vita a cercare lavori e ambienti laici alternativi sufficientemente spirituali, adatti alla sua persona, naturalmente disposti alla preghiera e alla carità evitando fino all'ultimo di scomodare direttamente SM Chiesa per mendicare grazie davanti la dura faccia di un prete! Sette anni di dibattimento interno ed esterno. Non qualche giorno o mese! Infine, vinto e vincitore, A. Francesco Papa stendeva la mano. Ma a padre Enrico e/o allo spirito che lo guidava, quella umile richiesta parve uno schiribizzo: dopo la sua veloce sentenza, se ne lavò completamente le mani e rigettò A. Francesco Papa alle folle.
Nell'anno seguente A. Francesco Papa dormì. Più nessun infantile esame alla facoltà teologica, nessuna preghiera o messa di troppo, nessuna adorazione prolungata davanti nessun tabernacolo. Fuori dalla bara del suo letto ancora talvolta s'alzava, ma solo per mangiare.
Poi nella notte prese ad inseguire un convento, il «refugium peccatorum» indicatogli dalla medesima "condomina impicciona" che precedentemente gli aveva indicato padre Ugo. Dopo un testing di pochi giorni, per un anno non fu possibile verificare oltre poichè si chiuse in modalità ristrutturazione. Poteva visitare altri conventi nel frattempo, ma lo nauseava tornare come al periodo fra i 30 e i 37 anni in cui ne esplorò ben 8 (quantunque sempre per pochi giorni), non trovando poi in nessuno di essi il sospirato "gancio interno", una parola dolce, familiare, concreta come una MANO TESA. 'Buoni e fiduciosi si, tonti anche no', e ormai si era capito: non esisteva nulla di simile nella Chiesa per lui! Poteva però ancora esistere per lui e per tutti un "lebbrosario", un luogo ai margini del mondo dove il malato e l'impuro, per quanto malvagio («Il Cristo non abita in te» aveva detto il perito ecclesiastico), poteva essere curato, ma certo senza aspettarsi nessun stucchevole e promiscuo braccio al collo da parte di nessun padre misericordioso verso nessun figliuol prodigo in ritorno da alcun viaggio. Qui non ci sono baci e abbracci, figlioli o parenti; ci sono lebbrosi e, se sei fortunato, medici caritatevoli. Tutto qui.
A. Francesco Papa chiese per la seconda volta ospitalità integrale presso l'eremo di S. Anna a Valverde, il giorno 12 febbraio 2026, sembrandogli il responsabile di comunità, padre Enzo, non troppo severo o indecifrabile, ed il carico di vita li dentro, leggero. Dopo 1 anno e 2 mesi di attesa non fu accettato neppure li per sopraggiunti limiti di età, 45 contro i 40 fissati in statuto dopo la ristrutturazione edilizia che aveva gettato l'uomo, ancora, nel suo letto ad aspettare.
Riifiutato dunque pure da padre Enzo, chiamò disperatamente conventi in tutta Italia, 19 ne contò, e di questi solo pochi accettarono - a parole - una «vocazione adulta» di 45 anni: i micheliti, i barnabiti, i rogazionisti, i somaschi, gli eudisti, gli agostiniani e i camilliani. Ma nessuno di essi richiamava, laddove trent'enne già una settimana dopo la telefonata avevano una stanza pronta per l'ospitalità. Il suo cuore tritato accettava lentamente la possibilità, ormai vicinissima, di finire la sua esistenza come un pedardo bagnato.
A luglio 2026 (45 anni) fece un campo vocazionale presso i camilliani.